Sono qui per dedicare un pensiero ai miei cari defunti. Qualcuno potrebbe chiamarla preghiera, pensando che pregare sia una prerogativa dei sacerdoti o di chi è in missione e dedica la propria vita al prossimo. Io, invece, credo che tutti possiamo pregare, ciascuno a modo proprio, dedicando un pensiero a chi non c’è più.
È quello che faccio ogni sabato mattina, ricordando i miei cari defunti: familiari, amici e perfetti sconosciuti.
Nel silenzio del camposanto si odono soltanto i miei passi. Tra i loculi e le cappelle, dove regna la quiete, mi soffermo a osservare le fotografie di chi ci ha preceduto. Attraverso quei volti sembra quasi di incrociare i loro sguardi.
E quando si arriva a 55 anni, gli stessi anni che aveva mio padre quando è tornato alla Casa del Padre, troppo giovane per lasciare questo mondo, credo sia arrivato il momento di fermarsi a riflettere.
Non necessariamente per fare un bilancio della propria vita, ma quantomeno per fare i conti con gli anni che ci rimangono: cinque, dieci, quindici, venti, trenta… Chi lo sa?
A mio avviso, quando si arriva a questa età, bisogna imparare a vivere la giornata, senza preoccuparsi troppo di quello che sarà domani. Bisogna vivere nell’oggi, nell’adesso, perché il futuro non ci appartiene e il tempo che ci viene concesso non è infinito.
Il mio compleanno, quest’oggi, lo inizio così: salutando tutti questi cari defunti che, nel silenzio, sembrano guardarmi attraverso le loro fotografie.
Scorgo i loro nomi: alcuni sono ancora ben visibili, altri sono quasi cancellati dal tempo. Ma questo non significa che siano esclusi dai miei pensieri e dalle mie preghiere.
È giusto ricordare tutti: amici, conoscenti, familiari, ma anche perfetti sconosciuti. E poi ci sono quelle povere anime delle quali, su questa terra, rimane soltanto una lapide senza nome, senza una data di nascita e senza una data di morte.
Persone che forse nessuno ricorda più, ma che non per questo meritano di essere dimenticate.
Steve Jobs e il valore della vita
In questa giornata mi torna alla mente Steve Jobs, il fondatore di Apple, scomparso il 5 ottobre 2011, a 56 anni, dopo aver combattuto contro un tumore al pancreas.
Penso in particolare al suo celebre discorso pronunciato il 12 giugno 2005 all’Università di Stanford, davanti ai giovani laureati.
Non si tratta di un testamento, ma di una testimonianza personale straordinaria, nella quale Jobs raccontò tre momenti fondamentali della sua vita: la capacità di collegare i puntini delle proprie esperienze, l’amore e la perdita, e infine il rapporto con la morte.
Tre storie diverse, unite da un messaggio che ancora oggi merita di essere ascoltato.
Jobs spiegò come, a volte, gli avvenimenti della nostra vita sembrino non avere alcun senso nel momento in cui li viviamo. Soltanto guardandoci indietro possiamo comprendere come certe esperienze, anche quelle dolorose, abbiano contribuito a portarci dove siamo.
Parlò anche dell’importanza di amare ciò che facciamo, di avere il coraggio di ricominciare dopo una sconfitta e di non arrendersi quando la vita ci mette alla prova.
Ma è soprattutto la parte dedicata alla morte che oggi sento particolarmente vicina.
Raccontando la propria esperienza con la malattia, Jobs spiegò quanto la consapevolezza di essere mortali possa aiutarci a distinguere ciò che conta davvero da ciò che, in fondo, ha un’importanza relativa.
Una delle sue frasi più celebri recita:
«Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro».
Parole che oggi, mentre compio 55 anni, mi fanno riflettere.
Quante volte rincorriamo il denaro, il successo e il riconoscimento degli altri, dimenticandoci di vivere davvero? Quante volte rimandiamo un gesto d’affetto, una telefonata, una visita, una preghiera, pensando che ci sarà sempre un’altra occasione?
Eppure, il tempo non ci aspetta.
Jobs ci invitava ad ascoltare la nostra voce interiore, ad avere il coraggio di seguire il cuore e l’intuito, senza lasciare che le opinioni altrui decidano al posto nostro.
Il suo discorso si concluse con un augurio diventato celebre in tutto il mondo:
«Stay hungry. Stay foolish».
Ovvero: «Siate affamati. Siate folli».
Un invito a conservare la curiosità, la voglia di imparare, il desiderio di scoprire e il coraggio di intraprendere strade nuove, senza smettere mai di cercare ciò che dà significato alla nostra esistenza.
Ed è proprio questo il messaggio che vorrei fare mio.
Non occorre essere Steve Jobs, aver costruito un impero o aver raggiunto chissà quale successo per fare della propria vita un’opera d’arte.
A volte, l’opera d’arte più bella è una vita vissuta con semplicità, cercando di essere una persona migliore, aiutando il prossimo, ricordando chi non c’è più e imparando ad apprezzare ciò che abbiamo.
Perché la felicità non è necessariamente nascosta nelle grandi conquiste. Può trovarsi anche in una passeggiata mattutina, in una preghiera recitata in silenzio, in una fotografia che ci riporta alla mente una persona cara o in un gesto gentile ricevuto quando meno ce lo aspettiamo.
Per chi volesse leggere il bellissimo discorso che Steve Jobs pronunciò all’Università di Stanford nel 2005, condivido il link alla fonte ufficiale:
Il discorso di Steve Jobs a Stanford — 12 giugno 2005
https://news.stanford.edu/stories/2005/06/youve-got-find-love-jobs-says
Un intervento che ci invita a riflettere sul tempo che abbiamo a disposizione, sull’amore, sulle perdite e sul coraggio di vivere secondo ciò in cui crediamo.
Perché, in fondo, non è soltanto una questione di anni che passano, ma di come scegliamo di vivere quelli che ci sono concessi.
Buona lettura e buona riflessione a tutti.
Il mio compleanno, tra ricordi e speranze
Ecco perché, in questo sabato speciale, voglio farvi arrivare i miei saluti direttamente da qui, dal camposanto del mio paese.
Più che altro, però, oggi gli auguri li faccio a me stesso.
Vi ringrazio per il vostro affetto, per il vostro seguito, per i vostri pensieri e per la vostra amicizia. A chi mi conosce nella vita reale e a chi mi segue soltanto virtualmente, va il mio grazie più sincero.
E, perché no, vi ringrazio anche per le preghiere che magari vorrete dedicarmi, accompagnandomi simbolicamente nel cammino della mia vita.
Un cammino che cercherò, giorno dopo giorno, di rendere sempre più un’opera d’arte. Non un’opera perfetta, perché nessuno lo è, ma una vita capace di riconoscere e custodire i veri valori, dando importanza alle persone, agli affetti e a quei piccoli gesti che troppo spesso passano inosservati.
Voglio imparare a vivere sempre più nel presente, senza rimanere prigioniero del passato e senza consumarmi nell’attesa del futuro.
Il passato ci ha insegnato qualcosa, il futuro resta un’incognita, ma il presente è l’unico tempo nel quale possiamo davvero agire, amare e fare la differenza.
Perché il tempo passa, gli anni scorrono e, prima o poi, arriva per tutti il momento di lasciare questa terra.
Ma fino ad allora abbiamo una possibilità meravigliosa: vivere, amare, ricordare, pregare e cercare di lasciare qualcosa di buono in chi incontriamo lungo il nostro cammino.
E se un giorno qualcuno si ricorderà di noi per una parola gentile, un gesto d’affetto o una piccola attenzione, forse avremo lasciato un segno più importante di tanti successi materiali.
Buon compleanno a me.
Mangia.

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