Pensiero un po’ da “vecchio rinco”... Però vabbè… Se avete voglia di leggerlo, buona lettura. Di solito, nei piccoli paesi, anche quando qualcuno li definisce “città”, resta qualcosa che non cambia mai. Io, da buon romantico, Broni OltrepòPavese continuerò a chiamarlo paese. O, come si diceva un tempo — forse tramandato da un passato ormai remoto — “re di pais”, il re dei paesi. Un tempo la piazza del mercato veniva letteralmente “assalita” da barbari provenienti dai paesi limitrofi e da altre zone, tutti pronti a vivere una fiera strepitosa, fatta di luci, giostre, profumi, frittelle, zucchero filato e… “calci in xxx”! C’erano la mitica autopista Merli di Voghera, la sala giochi, la Piovra — quante volte l’ho pulita per guadagnarmi qualche gettone in regalo! — e soprattutto tanta, tantissima voglia di divertirsi. Ricordo con profonda felicità e nostalgia la Fiera della mia infanzia e della mia gioventù. Oggi so bene che non è più come allora. I tempi cambiano, le abitudini cambiano… ma l’arrivo e, soprattutto, la partenza delle giostre continuano a regalarmi una sensazione profonda e bellissima: un mix di felicità e tristezza. È come se, per qualche istante, tornasse quel bambino che guardava quelle luci con gli occhi pieni di meraviglia. Grazie al nostro caro San Contardo d’Este, che per due settimane all’anno, nel bene e nel male, riesce ancora a farci tornare bambini. Magari con una semplice frittella in mano e lo zucchero filato che si appiccica alle dita. E forse è proprio questo il bello dei ricordi: non hanno bisogno di essere perfetti per farci tornare felici.
Mangia.

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