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Generazione Z: tra apparenza, social e perdita dei valori umani


Le generazioni di oggi sono, senza dubbio, generazioni difficili. Tutto e subito: questo sembra essere il loro motto. Una generazione orientata al successo, all’apparire, agli abiti firmati, alla macchina di lusso, ai compagni che devono essere perfetti.

Stiamo vivendo un’epoca che, a dir poco, lascia disorientati. C’è una crescente preoccupazione per queste nuove generazioni che crescono con valori sempre più fragili, spesso vuoti, influenzati dai social network, dalle visualizzazioni, dai like, da piattaforme come Instagram, dove ciò che conta davvero è apparire: sapersi vestire, essere sempre alla moda, essere costantemente sotto i riflettori.

Chi resta fuori da questo meccanismo è automaticamente escluso, “out”. È una realtà difficile da comprendere, dove sembra che tutti debbano essere pronti subito, sempre disponibili a ricominciare, a rincorrere qualcosa che spesso nemmeno sanno definire.

La figura del padre, un tempo punto di riferimento, sembra oggi messa da parte, in una società che spinge verso un individualismo sempre più marcato. Un individualismo che ha preso il posto dell’umiltà, della disponibilità verso il prossimo, della capacità di ascoltare e di accettare.

Anche i media riflettono questo cambiamento. Sempre più spesso assistiamo a contenuti carichi di violenza e cronaca nera. I programmi televisivi, dal lunedì al sabato, propongono storie di odio, aggressioni, tragedie. Un tempo, invece, la televisione offriva leggerezza: film d’amore, avventure, commedie, telefilm capaci di regalare un sorriso e una speranza in più per affrontare la vita.

Oggi, purtroppo, le nuove generazioni sono sempre più legate al cellulare, sempre più immerse in una realtà individualista, e crescono in una società che rischia di perdere il senso più profondo dei valori.

E poi ci sono i fatti. Quelli reali, quelli che non possono essere ignorati.

Un bambino ha visto suo padre cadere a terra, colpito, e morire davanti ai suoi occhi. Una scena che nessuno dovrebbe mai vedere. È successo a Massa, dove Giacomo Bongiorni, 47 anni, ha perso la vita in una violenta aggressione.

Quel bambino, appena dodicenne, ha continuato a chiedere: “Dov’è papà? Perché è successo?” Domande semplici, ma impossibili da sostenere. Domande che mettono a nudo tutta la fragilità della nostra società.

In ospedale, tra infermieri e familiari, si è cercato di proteggerlo, di circondarlo di affetto. Ma il dolore resta. Un dolore che non si cancella, che richiederà tempo, amore e supporto per essere affrontato.

Questa storia non è solo cronaca. È il riflesso di un mondo che sta cambiando, spesso in peggio. Un mondo dove la violenza entra nelle vite delle persone senza preavviso, dove l’umanità rischia di diventare secondaria.

E allora viene spontaneo chiedersi: davvero la vita umana vale così poco?

In una società concentrata sull’apparenza, sul successo rapido e sull’individualismo, rischiamo di dimenticare ciò che conta davvero: la vita, le relazioni, l’empatia, il rispetto.

Forse è proprio da qui che dobbiamo ripartire. Dal dare valore alle cose semplici, dal riscoprire il senso di comunità, dal ricordarci che dietro ogni notizia c’è una persona, una famiglia, una storia.

Perché la vita non è un contenuto da condividere o un numero di like da ottenere. La vita è molto di più. E non può, e non deve, diventare il nulla.

Mangia. 

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