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Referendum senza quorum: un voto silenzioso e poco sentito

Domenica di Lazzaro, domenica di voto, 

Ancora una volta ci troviamo davanti a una nuova proposta referendaria. Questa volta con una particolarità non da poco: l’assenza del quorum. Ciò significa che, indipendentemente dalla percentuale di partecipazione, il referendum sarà comunque valido. Ma viene spontaneo chiedersi: quanto conta davvero questo voto per i cittadini? A mio avviso, molto poco. Non perché lo strumento referendario non sia importante — anzi, rappresenta una delle espressioni più dirette della democrazia — ma perché, in questo caso, i temi proposti sembrano essere lontani anni luce dalla vita reale delle persone. Non parlano al quotidiano, non toccano corde profonde, non accendono quel dibattito che dovrebbe essere il motore di una partecipazione consapevole.

Partecipare o no? La scelta dell’astensione consapevole

Personalmente, andrò a votare. Ma sceglierò di non esprimere un parere.

Non è disinteresse, né superficialità. È una scelta precisa: un segnale politico. Un modo per dire che, così com’è strutturato, questo referendum non intercetta i veri bisogni sociali.

Perché votare significa anche questo: non solo scegliere tra un sì e un no, ma anche comunicare quando le domande poste non sono quelle giuste.

Temi lontani contro temi reali

Il problema, quindi, non è il referendum in sé, ma ciò che viene portato a referendum.

Oggi ci sono questioni ben più urgenti, più sentite, più vive nel dibattito pubblico e nella quotidianità delle persone. Temi che spesso vengono discussi, ma raramente affrontati con strumenti diretti come quello referendario.

Parliamo, ad esempio, di:

  • regolamentazione della prostituzione e possibile revisione della legge Merlin,
  • legalizzazione delle sostanze stupefacenti leggere,
  • eutanasia e fine vita,
  • diritti civili,
  • identità nazionale e gestione di una società sempre più multietnica e multiculturale.

Questi sono argomenti che dividono, che fanno discutere, che coinvolgono davvero. E proprio per questo, meriterebbero di essere portati all’attenzione diretta dei cittadini.

Una politica distante dalla realtà

Da un lato, assistiamo a una certa area politica che insiste fortemente su temi legati ai diritti civili, spesso percepiti come lontani da una parte della popolazione.

Dall’altro, c’è chi punta su identità, tradizione e conservatorismo, cercando di rafforzare un’idea di cittadinanza sempre più radicata e definita.

Nel mezzo? I cittadini. Sempre più distanti, sempre meno coinvolti.

E questo referendum ne è, a mio avviso, la dimostrazione: un voto silenzioso, che rischia di passare inosservato, perché incapace di accendere un vero interesse collettivo.

Il rischio dell’indifferenza

Quando i temi non coinvolgono, la conseguenza è inevitabile: bassa affluenza.

E non per mancanza di responsabilità civica, ma per una semplice verità: le persone partecipano quando sentono che ciò che votano ha un impatto concreto sulla loro vita.

Le carriere dei magistrati, con tutto il rispetto per chi ha sempre sostenuto questi temi — e penso anche a chi in passato li ha portati avanti con convinzione — restano, per molti, una questione distante, tecnica, poco immediata.

Una riflessione finale

Il punto, quindi, non è essere favorevoli o contrari.

Il punto è chiedersi: questo è davvero ciò di cui abbiamo bisogno oggi?

Forse no.

Forse sarebbe il momento di riportare il referendum al centro della vita pubblica, rendendolo uno strumento vivo, capace di affrontare i grandi temi del nostro tempo.

Conclusione

Buon voto a chi andrà alle urne. Un saluto a chi sceglierà il mare. E un saluto anche a chi, come me, deciderà di esserci… ma senza esprimere un voto.

Perché anche l’astensione, a volte, è un modo per farsi sentire.

Mangia.


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