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Memoria e storia al Campo Santo: riflessioni davanti ai simboli del passato e a “Il cuoco di Salò”

Oggi, durante la solita visita al camposanto del paese dove spesso mi reco, mi sono fermato qualche minuto nella piccola cappellina del cimitero. È un luogo semplice, silenzioso, quasi nascosto tra le tombe più vecchie. Un posto dove il tempo sembra rallentare.

Mentre osservavo l’interno, con la coda dell’occhio ho notato qualcosa che non avevo mai visto prima con tanta attenzione: tra gli oggetti conservati c’erano anche dei fasci d’erba, simboli che richiamano chiaramente il periodo del regime fascista.

La prima reazione è stata di sorpresa. Poi mi sono fermato a riflettere.

Ho pensato che forse, in fondo, sia giusto che il comune abbia deciso di conservarli. Non come celebrazione, ma come memoria. Perché quei simboli, giusti o sbagliati che siano stati nella storia, fanno comunque parte del nostro passato. Raccontano un’epoca difficile, drammatica per molti versi, ma che ha segnato profondamente il destino dell’Italia.

Cancellare i simboli non vuol dire cancellare la storia. Anzi, ricordarli può aiutarci a capire meglio ciò che è stato. In quella cappellina, probabilmente, riposano storie molto diverse: partigiani, uomini della Resistenza che hanno lottato per la libertà, e soldati che hanno vissuto la guerra al fronte. Forse è giusto dedicare una preghiera anche a chi la storia ricorda come nemico, e che magari era considerato dalla “parte sbagliata” (cit. Il Cuoco di Salò). Davanti alla morte, però, tutte queste differenze sembrano perdere significato.

Mi è tornata alla mente la canzone “Il cuoco di Salò” di Francesco De Gregori, un brano che racconta proprio l’umanità nascosta dietro i ruoli e le divise della guerra. Non è una celebrazione della storia, ma una riflessione profonda su come spesso gli uomini si trovino coinvolti in eventi più grandi di loro.

Il messaggio che emerge è semplice ma potente: la guerra divide i vivi, ma la morte rende tutti uguali.

Francesco De Gregori, Il cuoco di Salò


“Alla sera vedo donne bellissime
da Venezia arrivare fin qua
e salire le scale e frusciare
come mazzi di rose
il profumo rimane nell’aria
quando la porta si chiude
ed allora le immagino nude a aspettare
sono attrici scappate da Roma
o cantanti non ancora famose
che si fermano per una notte
o per una stagione
al mattino non hanno pudore
quando scendono per colazione
puoi sentirle cantare.


Se quest’acqua di lago fosse acqua di mare
quanti pesci potrei cucinare stasera
anche un cuoco può essere utile in una bufera
anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare.


Che qui si fa l’Italia e si muore
dalla parte sbagliata
in una grande giornata si muore
in una bella giornata di sole
dalla parte sbagliata si muore.

E alla sera da dietro a quei monti
si sentono colpi non troppo lontani
c’è chi dice che sono banditi
e chi dice americani
io mi chiedo che faccia faranno
a trovarmi in cucina
e se vorranno qualcosa per cena.

Se quest’acqua di lago potesse ascoltare
quante storie potrei raccontare stasera
quindicenni sbranati dalla primavera
scarpe rotte che pure gli tocca di andare.



Che qui si fa l’Italia e si muore
dalla parte sbagliata
in una grande giornata si muore
in una bella giornata di sole
dalla parte sbagliata si muore
in una grande giornata si muore
dalla parte sbagliata
in una bella giornata di sole
qui si fa l’Italia e si muore”.


Davanti a una tomba non esistono vincitori o vinti, né bandiere o ideologie. Restano solo persone che hanno vissuto, scelto, sbagliato e sperato. Perché la morte non fa sconti a nessuno, che siano vinti o vincitori.

Forse è proprio questo il senso della memoria: ricordare tutto, anche ciò che è difficile o doloroso, per evitare che il passato venga dimenticato o semplificato.

La storia del nostro paese è fatta di pagine luminose e di pagine oscure. Di coraggio e di errori. Di libertà conquistata e di tragedie vissute.

Ma ogni pagina, anche la più dura, merita di essere ricordata.

Perché alla fine, come suggeriscono molte canzoni della tradizione cantautorale italiana, la vera lezione della storia non è dividere i morti in giusti e sbagliati, ma imparare dai loro destini.

E davanti al silenzio di un CAMPO STANTO, questa verità appare più chiara che mai.

Mangia.

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