Oggi, come faccio spesso — quasi tutti i sabati — mi sono svegliato molto presto. Appena il camposanto ha aperto, verso le sette, sono andato a fare il mio solito giro. È un momento tutto mio, silenzioso, intimo. Un momento di raccoglimento.
Ma mentre mi avvicinavo alla tomba di mia mamma e di mio papà, ho notato con orrore e con stupore che il piccolo vasetto di primule che avevo messo, completo di sottovaso, era completamente sparito.
Non è la prima volta che succede. Purtroppo, nel mio paese non è la prima volta che rubano i miei fiori. Fiori di pianto. Fiori che i cittadini portano insieme ai propri congiunti in questo luogo che dovrebbe essere di pace e serenità.
Un gesto davvero riprovevole.
Qualcuno potrebbe dire: “È solo un fiore.”
Sì, è solo una piantina. Solo un fiore.
Ma per noi non è solo questo. Per noi è molto di più. È un segno. È un ricordo. È un modo per continuare a sentirci vicini ai nostri cari. È come dire: “Io sono qui. Non ti dimentico.”
È un gesto semplice, ma pieno d’amore.
Sinceramente riesco a comprendere di più una persona che, presa dalla disperazione, dalla rabbia o persino dalla fame, ruba un pezzo di pane o qualcosa al supermercato perché non ha nemmeno un euro. Posso capire la povertà, la necessità, la sopravvivenza.
Ma chi ruba i fiori al camposanto non lo fa per fame. Non lo fa per bisogno.
È una questione morale.
È come violare la tomba dei nostri cari. È come togliere loro un pensiero, un gesto delicato, un segno d’amore. È come strappare via un ricordo che avevamo lasciato lì con rispetto e affetto.
E fa male.
Fa rabbia.
Fa tristezza.
Perché dimostra quanto, in questa società, stiamo perdendo il rispetto. Non solo verso i vivi, ma persino verso i nostri defunti.
Non è il valore economico della piantina. È il valore simbolico. È l’intenzione. È l’amore che c’era dietro.
E quando viene portato via, sembra quasi che venga portato via anche un pezzo del nostro cuore.
Buona domenica.
Mangia.

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