Se dovessi abbinare il Carnevale a un film, a una pellicola che non invecchia mai, senza ombra di dubbio farei una scelta votata al grande cinema di Federico Fellini.
In particolare, c’è una scena de I vitelloni che direi iconica, profondamente a tema Carnevale.
Una scena che, a pensarci bene, racconta tutto.
C’è l’attesa.
C’è quella sensazione leggera e luminosa di felicità perché “bisogna preparare il Carnevale”.
Un tempo lo si preparava davvero: si cucivano i vestiti in casa, si sistemavano gli addobbi, si organizzavano le feste nelle piccole balere di provincia o addirittura nei salotti degli amici. Era un rito collettivo, quasi sacro nella sua semplicità.
Ebbene, ne I vitelloni, in questa scena così potente, c’è Alberto Sordi — il nostro Albertone — che da sempre vive con la mamma e la sorella. Le vediamo tutte intente a guardare e sistemare il vestito che lui indosserà la sera di Carnevale.
È un momento che profuma di casa, di famiglia, di aspettativa.
È l’attesa che vibra nell’aria.
È quella felicità che nasce prima ancora della festa.
Poi arriva finalmente il giorno di Carnevale.
Albertone è in un locale — forse una balera — vestito da clown, da pagliaccio. Ride, si diverte, lancia in aria il cappello, si mescola alla folla. È dentro la festa, dentro il rumore, dentro l’allegria.
Ma poi…
Alle due del mattino tutto finisce.
La musica si spegne.
La pista si svuota.
Lui rimane solo, in mezzo alla sala.
Accanto a lui campeggia un’immagine gigantesca di Totò, il grande Antonio De Curtis, il Principe della risata. Quell’immagine sembra quasi osservarlo. E in quello sguardo immobile, Albertone cambia. Il volto si fa serio. Si rattrista. Diventa scorbutico, quasi insofferente.
Visibilmente amareggiato.
Forse quella tristezza improvvisa è il vero significato del Carnevale che finisce.
È la fine della festa.
È la fine della spontaneità.
È il momento in cui l’allegria si scioglie e resta solo il silenzio.
Perché dopo la festa si torna alla vita di ogni giorno.
E lui deve rientrare nella sua realtà: la vita da scapolo, i problemi familiari, la convivenza con la madre e la sorella, quella sottile malinconia che attraversa tutto il film.
La sua esistenza è fatta di scherzi, di burle con gli amici, di leggerezza apparente.
Ma è fatta anche di domande sul domani.
Su ciò che potrebbe essere.
Su ciò che forse non sarà.
Ed è proprio questa vena malinconica, sottile e costante, che solo un grande maestro del cinema ha saputo regalarci con tanta delicatezza.
Fellini non racconta solo il Carnevale.
Racconta la vita.
Quell’alternarsi di luce e ombra.
Di festa e silenzio.
Di risata e malinconia.
E allora sì… buon Carnevale a tutti.
Ma con la consapevolezza che, finita la musica, resta sempre qualcosa che parla di noi.
Buon domani.
Mangia.

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